Il
repertorio delle opere eseguite dal Quartetto Italiano rispecchia il rigore
delle scelte concentrate sui capolavori assoluti: tutto Beethoven, tutto
Mozart, tutto Schumann, tutto Brahms, tutto Webern, tutte le opere di Schubert
a partire dal Quartettsatz D 703. Di Haydn sono entrati in repertorio
alcuni dei quartetti più significativi, mentre il Quartetto di Debussy
- il quartetto del primo incontro, quello senese - è rimasto un
punto fisso di riferimento ed è stato seguito a sette anni di distanza
da quello di Ravel.



Di
Mendelssohn non appare nessuna opera: la «leggerezza» del genio
mendelssohniano e il suo continuo oscillare fra classicismo e romanticismo
non potevano interessare a fondo un complesso che ha fatto della ricerca
nelle misteriose profondità di Beethoven e Schubert un motivo di
vita.
Modesto
si può considerare il contributo alla scuola viennese del '900:
oltre al tutto Webern, un solo Schönberg (l'op.10, con soprano) e
niente Berg.
Per
rimanere al Novecento, anche Bartók è scarsamente rappresentato
(due quartetti, il primo e l'ultimo), ma in questo caso una precisa spiegazione
la si trova nella filosofia del Quartetto Italiano che - come si è
detto - si è concentrato sui capolavori universali della scuola
mitteleuropea anche perché convinto che le opere delle varie scuole
nazionali trovino la loro più precisa definizione negli interpreti
quali l'Ungherese, lo Smetana e il Borodin, appartenenti alla stessa terra.
Per lo stesso motivo poche sono anche le esecuzioni di autori russi (secondo
Quartetto di Borodin, quarto di Glazunov, secondo di Prokofiev e l'op.108
di Schostakovich, cecoslovacchi (l'Americano di Dvorak, ma nulla
di Smetana o di Janacek) e ungheresi (il solo Kodály dell'op.10
in aggiunta ai due citati Bartók).




Analoghe
considerazioni hanno indotto a ridurre al minimo le esecuzioni del Quartetto
di Verdi, spesso rifiutato alle società che lo chiedevano con insistenza,
per non cadere nello stereotipo del quartetto specializzato nelle esecuzioni
di autori della propria terra, cosa che avrebbe finito con l'alterare l'immagine
di un complesso teso alla ricerca dei valori universali.
Ampio
spazio è stato concesso agli antichi e moderni italiani, per cui
l'interesse «nazionalistico» cede di fronte a quello collegato
al periodo storico: si va dal '600 di Corelli al '700 di Giardini e Boccherini
e all'800 di Cherubini e Donizetti per giungere alle opere di contemporanei
quali Bucchi, Ghedini e Bussotti, dedicate per l'appunto al Quartetto Italiano.
Al complesso va dato il merito di essersi dedicato con costanza alla musica
del '900, che ha così avuto a disposizione uno strumento mirabile
per illustrarne alcune opere importanti, sottratte in tale maniera ad esecutori
mediocri. Non per nulla così scrive Paolo Borciani nel suo libro
Il
Quartetto: «Trascurando gli esecutori che si dedicano quasi esclusivamente
alla musica contemporanea (e ne sono ritenuti specialisti) perché
temono di cimentarsi in campi in cui la concorrenza è maggiore e
più affilate sono le armi della critica (è evidente che essi
le rendono un pessimo servizio perché presentano male una musica
che ha bisogno di eccellenti esecuzioni per essere compresa nel suo giusto
valore, e inoltre perché creano un'ingiustificabile frattura fra
quella e la musica di repertorio), troviamo ben pochi complessi di valore
che di essa abbiano una conoscenza approfondita e posseggano una tecnica
strumentale adatta».
Un
cenno particolare va fatto all'integrale delle opere quartettistiche di
Stravinskij, anche se di dimensioni limitate: la prima opera eseguita (il
Concertino per quartetto d'archi) figura, infatti, nel primo programma
del Quartetto Italiano, a testimonianza della ricchezza di interessi che
fin dall'inizio lo ha contraddistinto.



Se
ora si analizza in dettaglio il cammino percorso nell'affrontare i capolavori
della triade Mozart-Beethoven-Schubert, ci si potrebbe meravigliare della
posizione cronologica di opere adatte ad esecutori che hanno già
raggiunta la piena maturità, quali il K.465 di Mozart e soprattutto
l'op.130 di Beethoven, opere affrontate prestissimo (come d'altra parte
l'op.59 n.1 di Beethoven), se non si pensasse che alle esigenze normali
di programmazione si è aggiunta in tali casi una precisa coscienza
dei propri mezzi, magari condita da un pizzico di giovanile baldanza. Sta
di fatto che l'op.59 n.2 di Beethoven viene affrontata da un complesso
ormai giunto all'alta maturità solo dopo che la serie degli ultimi
quartetti è stata superata «per la soggezione che sempre ci
ha fatto - così dice Elisa Pegreffi - specialmente per quell'indecifrabile
primo tempo, ricco di tanti interrogativi». Toccherà a Paolo
Borciani affermare che «c'è voluta una vita per presentare
degnamente le opere di Beethoven».
Nel
decennio 1960-1970 il Quartetto Italiano si concentra in pratica nello
studio degli ultimi capolavori beethoveniani, del mozartiano K.464 che
completa la serie dei sei quartetti dedicati ad Haydn, e de "La Morte e
la Fanciulla" di Schubert, nonché di tre quartetti fra i più
noti di Haydn e del primo di Brahms. Negli ultimi anni di vita del complesso
i quattro completano l'opera beethoveniana con tre quartetti dell'op.18
e l'op.59 n.2 di cui si è detto più sopra, l'opera mozartiana
con una serie di quartetti giovanili e i K.499, K.575, K.589, l'opera di
Brahms con l'op.51 n.2 ed il ciclo degli ultimi quartetti schubertiani
con il monumentale D 887. Si definisce così un quadro della letteratura
quartettistica, che è fra i più completi che si possano immaginare.


Con "I semi di Gramsci" di Bussotti il Quartetto Italiano riprende la forma del concerto con orchestra già affrontata nel 1962 alla Scala con un'opera di Martinu: la prima esecuzione è a Roma, per la stagione pubblica 1972 della RAI, la seconda alla Scala e la terza alla Radio olandese, ove Bruno Maderna dirige uno dei suoi ultimi concerti. Bussotti comporrà, successivamente, una versione del suo lavoro per solo quartetto, che il Quartetto Italiano inserirà nei programmi degli ultimi anni.
Riepilogando, fra le opere entrate nel repertorio del complesso e non affidate al disco ve ne sono alcune che testimoniano l'attenzione dedicata al Novecento ed in particolare ai contemporanei. Qui di seguito esse vengono citate, seguite dall'anno della loro prima esecuzione, a partire dal Concertino di Stravinskij che figurava nel programma del primo concerto:
| Stravinskij | Concertino |
1945
|
| Bartok | Quartetto n.6 |
1946
|
| Kodaly | Quartetto n.10 |
1946
|
| Glazunov | Quartetto n.4 |
1947
|
| Villa Lobos | Quartetto n.9 (prima esecuzione mondiale) |
1947
|
| Bloch | Quartetto n.2 |
1947
|
| Busoni | Quartetto op.19 |
1953
|
| Bucchi | Quartetto n.1 (dedicato al Quartetto Italiano) |
1956
|
| Ghedini | Quartetto n.2 (dedicato al Quartetto Italiano) |
1957
|
| Bartok | Quartetto n.1 |
1959
|
| Sostakovich | Quartetto op.108 |
1962
|
| Martinu | Concerto per quartetto d'archi e orchestra |
1962
|
| Schönberg | Quartetto op.10 con soprano |
1964
|
| Stravinskij | Doppio canone |
1967
|
| Bussotti | Quartetto "I semi di Gramsci" per quartetto d'archi e orchestra (dedicato al Quartetto Italiano) |
1973
|
| Bussotti | "I semi di Gramsci", versione per quartetto d'archi |
1974
|
Di
rado il Quartetto Italiano si è «aperto» per dare vita
ai capolavori della musica da camera fuori del settore quartetto d'archi.
Due soli sono stati i musicisti che hanno collaborato in concerti e in
registrazioni (nei primi anni Pierre Antoine de Bavier per il Quintetto
con clarinetto K.581 di Mozart e, a partire dal 1974, Maurizio Pollini
per il Quintetto con pianoforte op.34 di Brahms), ma almeno altri due sono
i capolavori che i quattro avrebbero voluto eseguire: il Quintetto con
due violoncelli di Schubert, per cui erano stati avviati contatti con Pierre
Fournier, ed il Quintetto con due viole K.516 di Mozart, per cui si erano
definiti gli accordi con Milan Skampa, la viola del Quartetto Smetana.
Purtroppo nessuno dei progetti andò in porto, il primo per i mille
impegni del Quartetto Italiano e del solista, il secondo per il rifiuto
di un visto opposto dalle autorità cecoslovacche. E' stato, dunque,
il caso ad impedire che il cerchio magico del Quartetto Italiano si riaprisse
per accogliere amici e colleghi illustri con cui dar vita a capolavori
dei prediletti Mozart e Schubert.
Nei
quattro, a lungo, ne è rimasto il rimpianto.